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Il 17 aprile 1345 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia abrogava la legge che fino ad allora aveva proibito ai cittadini della Serenissima l’acquisto di terreni in terraferma. Il divieto obbediva a una logica di ordine economico e politico.

Venezia era una repubblica marinara, città mercantile il cui sviluppo era stato regolato dall’imperativo: “Coltivare el màr, e assàr stare ‘a tèra”. Far fruttare i traffici marittimi evitando investimenti nell’agricoltura. L’immobilizzazione dei capitali commerciali nell’acquisto di beni fondiari, avrebbe potuto sottrarre energie umane e risorse finanziarie alla crescita economica della repubblica; cambiarne i disegni politici ponendo le premesse di una decadenza.

Al contempo il Maggior Consiglio, tra il XII e il XIII secolo, temeva che eventuali insediamenti veneziani in

terraferma, avrebbero potuto esporre i patrizi cittadini ai ricatti e alle vessazioni delle casate feudali che dominavano il territorio circostante: i Da Romano, i Da Camino, Carraresi, Estensi, eccetera. Eventualità che avrebbe potuto condizionare la politica della Repubblica, da sempre orgogliosa della propria indipendenza.

La maggioranza del Maggior Consiglio prendeva atto che gli assetti politici nell’entroterra stavano cambiando. La Serenissima aveva ormai avviato una penetrazione in terraferma, verso le pianure, verso il Cadore, e verso il Friuli.

Con la relativa tranquillità garantita dalla Pax Veneta, l’acquisto di terreni da parte dei ricchi patrizi lagunari non rappresentava più, un fianco esposto alle signorie feudali; costituiva invece uno strumento economico per valorizzare nuovi territori.

È appena il caso di ricordare che vastissime porzioni di territorio in pianura, erano costituite da paludi, fino ai piedi dei Colli Euganei. Per rendere coltivabili quelle aree, era necessario bonificarle, con ingenti opere idrauliche, che richiedevano -oltre alle risorse finanziarie- competenze ingegneristiche.

Ulteriori motivi. La peste nera del ‘300 aveva dimezzato la popolazione in laguna, sopperita da massicce immigrazioni dall’entroterra. Un considerevole sviluppo dell’attività manifatturiera. Non c’era più motivo di temere che investimenti in terraferma potessero compromettere l’economia della Serenissima.

 

Il voto del Maggior Consiglio, non comportò solo una svolta sotto il profilo politico economico, ma anche sotto quello culturale e architettonico.

La possibilità di immobilizzare capitali sulla terra, acquistando poderi e fattorie, avrebbe fornito uno straordinario e irripetibile impulso all’edilizia signorile, fuori dalla laguna. Il patrizio, il commerciante arricchito, che investivano nell’agricoltura, sentivano l’esigenza di realizzare dimore adeguate al loro rango sociale, nelle quali vivevano solo una parte dell’anno, quella estiva, per seguire da vicino i lavori agricoli.

Il 17 aprile 1345 ha quindi inizio la storia delle Ville Venete, una delle più geniali creazioni architettoniche italiane. Saranno oltre 4.000 gli edifici costruiti in 5 secoli, tra Veneto e Friuli.

Villa Barbaro di Andrea Palladio

Le prime Ville Venete

Il primo sorgere delle Ville Venete si manifesta nella seconda metà del ‘300, dopo la decisione del Maggior Consiglio. Ma è soprattutto nel ‘400 che il fenomeno prede davvero piede.

Con la pacificazione dell’entroterra, e la fine dei sanguinosi conflitti con le signorie feudali, la prospettiva di valorizzare terreni e conseguire ingenti guadagni, attrasse molti patrizi. Ricordiamo che nel 1405 Venezia mette fine alla schiatta dei Carraresi, signori di Padova, ponendo la città di Antenore sotto la zampa del leone di San Marco.

I territori di Padova, Treviso, Vicenza, Verona, si popolano della prima generazione di Ville Venete.

 

Lo stile dominante di questo primo periodo è il gotico, unito all’eleganza delle merlature e allo slancio delle monofore.

Nella seconda metà del ‘400 iniziano a diffondersi le suggestioni rinascimentali. Queste prime Ville Venete sono di dimensioni relativamente modeste; tuttavia, capaci di garantire un soggiorno agiato al proprietario e ai suoi ospiti. La loro forma è sostanzialmente quella di un cubo, con saloni centrali illuminati da grandi finestre.

Con l’esaurirsi della stagione gotica, molti proprietari (o loro discendenti) eseguirono interventi di ristrutturazione per dare una nuova veste architettonica, con lo stile del momento. Alcune Ville Venete però, sopravvissero con la loro veste originaria, come Villa da Porto Colleoni a Thiene, conosciuta anche come Il Castello.

Villa Angarano di Andrea Palladio

Ville Venete nel ‘500

I grandi architetti veneti del cinquecento sono Palladio, Sanmicheli, Sansovino, Scamozzi. Essi ‘scavalcheranno‘ il prototipo quattrocentesco, agendo sulla verticalità degli ambienti, e su prolungamenti orizzontali ottenuti con porticati e barchesse laterali.

Il Palladio in particolare, creerà nelle sue ville venete il modello del ‘Tempio’, con la sua rigorosa simmetria.

Il costante diffondersi dei possessi veneziani nelle campagne venete, determinerà tra le famiglie più benestanti una concorrenza, che le porterà a conferire un prestigio sempre maggiore, ai loro insediamenti, abbandonando ogni forma di edificazione spontanea tipica del territorio. Uno dei primi esempi di tale evoluzione è Villa dei Vescovi sui Colli Euganei, del Falconetto.

 

Ville Venete nel ‘600

Il periodo barocco del ‘600 interessò le Ville Venete più nei dettagli ornamentali che nella forma architettonica. La tipologia ‘palladiana‘ si era infatti ormai radicalizzata, tanto da essere copiata in Inghilterra e nell’America del nord (non ancora ‘Stati Uniti’).

L’attenzione nel periodo barocco, che comprende l’inizio del ‘700, si orientò anche agli spazi esterni. Giardini, impreziositi da torrette, belvederi, gradinate, tempietti, labirinti. Invenzioni che miravano a suscitare emozioni, piuttosto che a costruire la ‘semplice‘ riquadratura schematica e geometrica, dei fabbricati.

All’interno, nelle ultime generazioni di Ville Venete, aumentò l’importanza del salone centrale, spesso a doppia altezza e dotata di loggia.

 

Villa Garzoni del Sansovino

Ville Venete nell’800

Dopo la fine della Serenissima Repubblica di Venezia (1797) si continuerà durante l’ottocento a costruire case in campagna, ma la tipologia, sopravvissuta per 300 anni, troverà scarsa continuità.

La borghesia succeduta alla nobiltà vecchia e recente, si orienterà verso forme più dimesse: dimore quadrate o rettangolari, poverissime di decorazioni. Poggioli con parapetto in ghisa… i porticati quasi totalmente aboliti, così come ogni altro carattere di monumentalità.

Il tutto -sembra- per un ingenuo e provinciale intento di presentare un ‘basso profilo’ in un periodo storico nel quale si acuivano i conflitti tra classi sociali.

La vera innovazione ottocentesca nel campo delle Ville, sarà il modo di trattare i giardini, introdotto da Giuseppe Japelli. Il suo stile mirerà alla ‘simulazione‘ di un ambiente di natura spontanea, con la sua apparente casualità. La suggestione di questo spazio rapprentano, alla fine, il malinconico atto finale; il tentativo di chiudersi in uno spazio verde irreale e distaccato, così come lo erano i castelli medievali in precedenza.